giovedì 23 luglio 2009

Triangolo delle Bermuda

Triangolo delle Bermuda Area geografica di circa 3.900.000 km², nota anche con i nomi di Triangolo maledetto e Limbo dei dispersi, compresa fra le Bermuda, Puerto Rico e Melbourne in Florida (dal 55°O all'85°O e dal 30°N al 40°N, nella quale sono inspiegabilmente scomparsi, dalla metà del XIX secolo, oltre cinquanta navi e venti aerei.

Uno degli episodi più celebri fu la scomparsa del volo 19: cinque aerosiluranti statunitensi, dopo aver lasciato Fort Lauderdale (Florida) il 5 dicembre 1945 per una normale esercitazione, non fecero più ritorno, come pure l'idrovolante inviato per le ricerche. Altri racconti sul Triangolo delle Bermuda includono navi trovate abbandonate con il cibo ancora caldo nei piatti o aerei spariti senza aver lanciato alcun segnale di soccorso. L'assenza di relitti viene spesso citata come prova del mistero che circonda la regione.

Varie sono state le ipotesi formulate per spiegare questi fenomeni, dai raggi mortali provenienti da Atlantide ai rapimenti da parte degli UFO. Secondo analisi meno fantasiose, il mancato ritrovamento di resti sarebbe da attribuire alle forti correnti e alla profondità marina. Inoltre, molti degli incidenti misteriosi si sarebbero in realtà verificati a oltre 1.000 km di distanza dalla zona del Triangolo. Con il miglioramento delle tecniche di immersione sarà forse possibile recuperare almeno in parte le navi scomparse, ma il mistero che avvolge il Triangolo delle Bermuda è tuttora radicato nell'immaginario collettivo.

...e ancora troviamo sul triangolo maledetto:

la zona prende anche il nome di "Triangolo maledetto" a causa di un lungo elenco di incidenti inspiegabili che vi sono accaduti. I fatti sono molti ed iniziano da molto lontano, ma proseguono con un crescendo impressionante fino ai giorni nostri. Se per quanto riguarda le prime cronache possiamo imputare imprecisioni e distorsioni, altrettanto non possiamo dire per ultimi e più recenti incidenti che, secondo una stima approssimativa, hanno causato addirittura più di mille vittime solo negli anni che vanno dal 1945 al 1975, un numero che, occorre precisare, tiene conto anche degli aerei che a partire dalla seconda guerra mondiale erano precipitati in questa area con impressionante frequenza. Da tenere presente è anche il fatto che non si trattava di una zona ai confini del mondo ma anzi una zona che comprendeva una regione sub tropicale molto frequentata per la dolcezza del clima e la bellezza del paesaggio. Florida Bahamas, Caraibi sono infatti nomi favolosi che evocano spiagge dorate e piacevoli vacanze, che non hanno assolutamente nulla di tetro e desolante. Ma questo dato, in apparenza contrastante, sembra confermare in qualche modo che un fondo di verità deve esserci; inoltre, un altro particolare che rende diverse le disgrazie accadute in quest'area da quelle che avvengono in altre parti del mondo, è il fatto che di tutti gli incidenti non è rimasta traccia. Nessun relitto, nessun superstite. Aerei, navi persone, risultano ogni volta letteralmente sparite. Di loro si sapeva con esattezza il luogo di partenza e la destinazione prevista; si sapevano addirittura minuti particolari relativi al viaggio trasmessi per radio durante la navigazione. Poi più nulla. Interrotti i collegamenti più o meno bruscamente, iniziavano ricerche sistematiche nella presumibile zona dell'incidente, ma sempre senza risultato. Uomini e mezzi erano così scomparsi, volatilizzati nel nulla. Leggende e racconti paurosi sono sempre esistiti sin dall'antichità su tutti i mari sconosciuti, ma la maggior parte si sono sgretolate nel corso degli anni, mentre il mistero del triangolo delle Bermude resiste tuttora. Di seguito verranno ora riportati gli episodi più significativi.

GLI EPISODI - Nel 1840 la Rosalie, una nave mercantile francese partita dall'Europa e diretta nei Caraibi venne ritrovata completamente deserta, mancavano infatti tutti gli uomini che si dovevano trovavano a bordo. Di vivo c'era solo un canarino nella sua gabbia. Ad aumentare il mistero c'era poi la circostanza che sulla Rosalie tutto appariva in perfetto ordine, sia sui ponti, sia sottocoperta, così come i locali dei passeggeri e tutto il carico nella stiva non erano stati manomessi.. A quel tempo gli atti di pirateria non erano certo infrequenti, ma sembrava strano che chi avesse assaltato la nave avesse rapito le persone senza impadronirsi della nave stessa e del carico. Anche le scialuppe erano al loro posto. Non si capiva perciò come la gente avesse potuto abbandonare lo scafo. Né il motivo per cui si sarebbe gettata in mare, come per un raptus collettivo.

La Mary Celeste è forse il caso più conosciuto di una nave ritrovata deserta nell'oceano. Nel 1872 venne avvistata da un bastimento inglese che la abbordò mentre andava alla deriva e la prese come bottino, senza porsi molti interrogativi sulla stranezza di quell'incontro. Anche qui era tutto in ordine, non mancava nulla; viveri, acqua, effetti personali dell'equipaggio. Solo la cabina del capitano appariva chiusa da travi, come se questi avesse voluto barricarsi all'interno. Da dove fosse poi uscito era comunque difficile immaginare. La Mary Celeste portava un carico di alcool stivato in botti, e così si pensò alla possibilità di un incendio a bordo, poi subito rientrato per la caratteristica dell'alcool di estinguersi dopo una breve fiammata. Forse tutti si erano gettati in mare presi dal panico alla vista del fuoco e non erano poi più risusciti a raggiungere la nave che si era allontanata con le vele al vento. Ma sinceramente rimane una ipotesi poco convincente incapace di dare una spiegazione convincente della tragedia avvenuta.

Sempre nella serie delle navi trovate abbandonate inspiegabilmente, c'è il racconto del 1881 del capitano della nave americana Ellen Austin. Viaggiando in pieno Atlantico del nord, in una regione che dovrebbe corrispondere al margine est del triangolo, la Ellen Austin incontrò un bastimento a due alberi chiaramente senza equipaggio. Anche questa volta era tutto in ordine, le vele erano ammainate ma perfettamente pronte per le manovre. Alcuni uomini della Ellen Austin vennero allora trasferiti a bordo per prenderne possesso e rimorchiarlo. Il viaggio in tandem era da poco iniziato quando le condizioni del mare peggiorarono, tanto che i cavi di rimorchio si ruppero e i due scafi si persero di vista. Solo alcuni giorni dopo l'Ellen Austin ritrovò il bastimento, che risultò però di nuovo deserto in quanto gli uomini trasbordati dalla Ellen Austin erano tutti scomparsi. Nessun segno fu trovato per far luce su quanto poteva essere accaduto. Per una seconda volta alcuni volontari salirono a bordo della goletta, evidentemente dietro le pressioni del capitano che voleva a tutti i costi impadronirsene attirato dal grosso guadagno. Ma anche questa volta le due navi non andarono molto lontano. Una seconda tempesta le divise e da allora né il secondo equipaggio né il bottino furono ritrovati.

La nave da guerra Atlanta scomparve invece insieme a tutti i 300 uomini che erano a bordo, proprio in quello stesso periodo. La nave era inglese e tornava in Europa dopo una lunga crociera di addestramento. L'ammiragliato inglese organizzo una ricerca sistematica per lungo tempo, ma senza alcun esito. Forse fu quella la prima volta nella storia in cui furono condotte delle ricerche organizzate con parecchie navi che perlustrarono l'oceano secondo un piano preordinato senza però trarne alcun risultato.

Anche la nave Cyclops scomparve misteriosamente nel marzo del 1918 mentre si trovava nel triangolo. C'erano a bordo più di 300 uomini, tutti della marina degli stati uniti. Si trattava di una nave da guerra e poiché si era in pieno conflitto mondiale, tra le ipotesi della scomparsa, varie prendevano in considerazione un possibile attacco di sommergibili tedeschi. Accurate indagini svolte dopo la fine della guerra portarono però a escludere questa eventualità. Anche la marina statunitense organizzò estese ricerche durate alcuni mesi, ma ogni tentativo fu inutile.

Venendo a tempi più recenti, non possiamo non partire dalla San Paolo, una vecchia nave da guerra brasiliana che viaggiava al seguito di due grossi rimorchiatori con un piccolo equipaggio addetto alle manovre indispensabili del traino. L'episodio accade ai primi di ottobre del 1951. Anche qui le condizioni del tempo consigliarono uno dei rimorchiatori di sganciare le gomene per essere più libero nell'affrontare il mare. La mattina dopo , gli uomini del secondo rimorchiatore si accorsero che anche i loro cavi erano sganciati e che la san paolo era scomparsa. Avvertite per radio, navi americane e inglesi aiutate da numerosi aeri iniziarono le ricerche, senza trovare alcun relitto. La sparizione della San paolo era stata preceduta nel 1926 dalla perdita analoga della nave da carico Cottopaxy e nel 1931 dal mercantile Stavenger che trasmise per l'ultima volta la propria posizione mentre si trovava ad est del Grande Banco della Bahamas. Tutto sembrava procedere regolarmente. I resoconti di incidenti analoghi proseguivano puntualmente anche negli anni sessanta e settanta. Qualcosa di misterioso e comunque inspiegabile toccò nel 1963 alla Marine Sulphur Queen, un grosso cargo americano con quaranta uomini a bordo. La nave viaggiava all'uscita dal golfo del Messico quando un suo messaggio fu ricevuto per l'ultima volta. Considerando che essa doveva raggiungere un porto nella Virginia, si può arguire che avrebbe in seguito percorso lo stretto della florida, seguendo la corrente del Golfo in quanto è un passaggio obbligato per tutti i mezzi diretti a nord, per giunta largo appena una cinquantina di miglia. Difficile svanire in questa zona, sempre piena di traffico. Tuttavia la Marine non fu più vista, né raggiunse mai la Virginia. Per due settimane molti mezzi della guardia costiera americana perlustrarono il mare a nord di cuba e questa volta almeno un salvagente venne ripescato. Apparteneva alla nave scomparsa e ciò dette l'avvio ad una seconda fase di ricerche, che non portò tuttavia ad altri risultati. Nel 1966 fu la volta di un grosso rimorchiatore, il Southern Cities che trainava una chiatta si sessantacinque metri, carica di prodotti chimici e fertilizzanti. Alcuni giorni dopo che il rimorchiatore aveva m smesso di dare notizie, alcuni aerei della guardia costiera riuscirono ad individuare la chiatta che non recava segni di danni. Nessuna traccia invece del Southern Cities e dei suoi uomini. Anche Anita, una carboniera tedesca che tornava in Europa svanì nel 1973 con 34 uomini a bordo. Un caso eclatante fu quello dello Scorpion, uno dei sottomarini atomici americani, che scomparve nel 1968 mentre viaggiava dalle Azzorre diretto alla base in virginia. Il pensiero di novantanove uomini imprigionati nello scafo tra tenne desta per molti giorni l'attenzione di tutto il mondo. Questa volta però la perdita era troppo importante, almeno per la marina degli stati uniti, che impegnò una serie impressionante di mezzi per rintracciare il sommergibile. Motivi militari e di prestigio spingevano a farlo. Bisognava sapere ad ogni costo cosa era accaduto. Solo dopo molti mesi si diffuse la notizia che una nave appositamente attrezzata aveva individuato il relitto un migliaio di chilometri a sud ovest delle Azzorre. Ne avevano dato conferma anche varie foto scattate sul fondale di oltre tremila metri su cui giaceva ciò che poteva essere lo Scorpion. In questo caso dunque non si poteva parlare di sparizione, ma le cause della sciagura come l'esito delle successive ricerche rimasero sempre chiuse in un geloso riserbo. Da quanto emerso tuttavia, sembra che la perdita del sottomarino non sia avvenuta propriamente dentro i limiti del cosiddetto triangolo, nel quale invece si continuò a non trovare traccia di relitti, e nemmeno di quelli degli aerei che nel frattempo sparivano con preoccupante regolarità. In questo contesto nel 1945 si verificò il più inspiegabile degli incidenti, che coinvolse un'intera squadriglia di apparecchi dell'aviazione statunitense. L'episodio accadde esattamente il 5 dicembre durante una missione addestrativa. Cinque apparecchi da caccia Grumman presero i volo dalla base di Fort Lauderdale, una ventina di chilometri a nord di Miami. Questi dovevano andare a bersagliare un pontone situato sul basso fondale corallino che circonda il Grande Banco delle Bahamas. Avrebbero poi percorso una rotta a nord, prima di tornare alla loro base. Una missione semplice senza rischi, di assoluta routine, come molte altre che venivano fatte ogni giorno. Questa volta invece le cose presero una piega imprevista e drammatica. Poco più di un'ora dopo il decollo, quando già l'esercitazione di tiro era stata compiuta e i cinque aeroplani erano sulla via del ritorno, arrivò a Fort Lauderdale un messaggio allarmante. Il comandante comunicava alla base che non riusciva a determinare la propria posizione. Gli strumenti di bordo di tutti gli apparecchi sembravano impazziti. Anche la costa della florida, presumibilmente vicina, era scomparsa dalla vista. Venne mantenuto il collegamento radio e a terra fu presto chiaro che qualcosa di molto strano stava accadendo ai caccia in volo. Il capo squadriglia non riusciva a dare alcuna indicazione sulla propria posizione e lo stesso accadeva anche agli altri quattro apparecchi che viaggiavano alla cieca, esaurendo fatalmente il carburante. A un certo punto il contatto radio finì. Dagli ultimi messaggi si poteva supporre che la squadriglia fosse finita sopra il golfo del Messico, ma in questo caso non si riusciva a capire come i piloti non avessero visto la terra sottostante, mentre sorvolavano la Florida da est ad ovest, dato che le condizioni del tempo erano buone e la visibilità era perfetta. Decollarono quello stesso pomeriggio vari aerei di soccorso, tra cui un grosso idrovolante Martin Mariner, che iniziarono a perlustrare la zona senza tuttavia sapere dove indirizzare esattamente le loro ricerche. I cinque Grumman potevano essere finiti da qualsiasi parte e certamente male, perché l'autonomia del carburante e si era esaurita. Una grave disgrazia sembrava ormai certa, a meno che qualcuno dei piloti non fosse riuscito ad ammarare e a mettersi in salvo con un tipo speciale di zatterino di cui ogni aereo era dotato. Se non bastasse tutto questo, poco dopo la partenza dei primi soccorsi giunse a terra un altro messaggio in cui il comandante dell'idrovolante Martin Mariner annunciava di essere in difficoltà a causa dei venti molto forti incontrati in quota. Nessun'altra comunicazione giunse dal Martin Mariner anch'esso scomparso come gli altri. Alla sera glia aerei perduti erano sei. Mancavano dieci uomini della squadriglia più altri tredici membri che componevano l'equipaggio del bimotore di soccorso. All'alba del giorno dopo iniziò un'operazione di ricerca senza precedenti, con centinaia di aerei, navi, sottomarini e vedette della guardia costiera. Ma pur continuando per diverse settimane, questa gigantesca operazione aeronavale non dette il minimo risultato e così il mistero crebbe, insieme al numero delle congetture che venivano tentate per spiegare in qualche modo l'accaduto. Di razionale, di logico, di comprovabile non c'era nulla. E allora si entrò inevitabilmente nel mistero. Si parlò di astronavi e di extraterrestri che avrebbero avuto imprecisati interessi a interferire nell'attività delle navi ed aerei prelevandoli letteralmente dal nostro pianeta per portarli chissà dove. Si citava Einstein e si parlava di altre dimensioni per suggerire la credibilità queste ipotesi che indubbiamente esercitavano una forte influenza sul pubblico. Un anno e mozzo dopo, cioè nel luglio del 1947, un incidente analogo colpì un altro aereo militare. Si trattava di un C-54 che scomparve con sei uomini a bordo mentre era diretto a una base in florida. Sei mesi più tardi fu la volta di un quadrimotore passeggeri che scomparve nei pressi delle Bermude. Le ultime comunicazioni radio non segnalavano nulla di anormale, ma in seguito i contatti cessarono e l'apparecchio non giunse mai a destinazione. Un quadrimotore del tutto identico a questo andò perduto nel 1949 mentre viaggiava dalle Bermude verso la Giamaica. Apparteneva come il precedente ad una compagnia aerea inglese che insinuò l'idea di un sabotaggio organizzato. Non esisteva però alcuna prova in proposito e del resto non furono i soli aerei a sparire in quel periodo. Poco tempo prima era andato perduto un DC-3 noleggiato da un'agenzia di viaggi di Miami che recava a bordo una quarantina di persone. Questo incidente fu tanto più clamoroso, perché si seppe che nell'ultimo contatto radio il pilota aveva comunicato di essere ormai prossimo all'arrivo, anzi di intravedere già le luci della città. Naturalmente, tutte le ricerche effettuate, anche in questo caso risultarono inutili. Un aereo da trasporto scomparve con trentacinque persone nel 1952 mentre era diretto a Kingston e nell'ottobre del 1954 toccò ancora a un aereo della marina degli stati uniti. Era un Super Constellation partito da Patuxent River nel Maryland, in viaggio verso le Azzorre.

martedì 21 luglio 2009

Philadelphia Experiment


Agli inizi del 1955 la Citadel Press, una piccola casa editrice con sede a New York, pubblicò un libro dal titolo "The expanding case of the UFO".
Quest’opera, nota anche con un altro titolo lievemente differente, "The case for the UFO’s", era il primo volume di una quLa USS Eldrigeadrilogia sul tema, frutto delle fatiche di Morris K. Jessup. Nonostante il titolo possa far pensare ad un libro "originale" e possa gettare ombre sulla serietà professionale del suo autore, il dottor Jessup era in realtà un noto e affermato uomo di scienza, non solo negli Stati Uniti.
Dapprima docente di astronomia e scienze matematiche alla Michigan University e alla Drake University, dopo aver conseguito la libera docenza in astrofisica, rivestì un ruolo di rilievo nella costruzione del più grande (al tempo) ed importante telescopio di tutto l’emisfero meridionale e, oltre che luminare in ambito scientifico, si affermò anche come grande appassionato di esplorazioni ed archeologia, tanto da partecipare a studi e ricerche "sul campo" sia per enti governativi che per società di ricerca private.
Questi semplici accenni bastano per comprendere come il libro di Jessup, scevro da semplici speculazioni sugli UFO, fosse in realtà un accurato studio scientifico nel quale, con dovizia di particolari, erano analizzati dettagliatamente ben precisi fenomeni astronomici e meteorologici, alcuni dei quali ancora oggi in gran parte inspiegabili e misteriosi, e nel quale venivano affrontate affascinanti teorie scientifiche relative ai viaggi nel cosmo. Il 13 gennaio 1956, nel corso di una serie di conferenze volte a promuovere il suo libro, Morris K. Jessup ricevette una lettera da un certo Carlos Miguel Allende, persona a lui totalmente sconosciuta e, almeno in apparenza, "ambigua", tanto da vantare anche una versione americanizzata del proprio nome: Carl M. Allen.
Il testo della missiva, "visivamente", si presentava abbastanza criptico: maiuscole e minuscole erano scritte apparentemente senza logica alcuna, gli errori di punteggiatura e ortografia abbondavano e molte frasi erano pesantemente sottolineate. Nella prima parte del testo erano analizzati, molto semplicemente, alcuni temi affrontati nel libro, ma fu soprattutto la seconda a suscitare l’attenzione e la curiosità di Jessup. Allende raccontava infatti di un esperimento effettuato dalla Marina degli Stati Uniti durante il quale una nave era stata resa invisibile! Più precisamente Allende sosteneva che nell’ottobre 1943, mentre era imbarcato sulla USS Andrew Furuseth a Norfolk, negli Stati Uniti, una nave, un incrociatore per la precisione, apparve improvvisamente dal nulla, parzialmente coperto da una specie di nebbia, un sorta di nebuloso scudo sferico verde.
La nave rimase lì solo per qualche minuto e poi scomparve nel nulla. Per dare ulteriore veridicità alla sua storia menzionava anche alcuni giornali di Philadelphia sostenendo che osservatori del Philadelphia Naval Yard erano stati testimoni dell’esatto evento opposto: una nave era scomparsa nel nulla avvolta da una nuvola di fumo verdastro e poi dal nulla era ricomparsa. Allen, svolgendo indagini in proprio, era arrivato alla conclusione che la nave fosse stata tele-trasportata da Philadelphia a Norfolk in una manciata di minuti (invece delle necessarie 24 ore!).
La storia venne poi arricchita da Allen con numerosi strani incidenti riguardo gli effetti dell’esperimento sulle persone a bordo dell’incrociatore: una di loro scomparve letteralmente nel bel mezzo di un bar affollato e un’altra entrò in un muro della sua casa davanti agli occhi allibiti e terrorizzati della sua famiglia per poi non uscirne mai più! Non si contavano poi, sempre a detta di Allende, coloro che subirono pesanti ripercussioni a livello mentale e che furono internati in istituti psichiatrici. Jessup inizialmente non diede peso a quelli che sembravano i vaneggiamenti di un folle, ma, dopo mesi di silenzio gli venne recapitata una seconda lettera, per fattezze e contenuto molto simile alla precedente.
In questa missiva, con grande insistenza, Allende richiedeva al dottor Jessup di essere sottoposto ad ipnosi al fine di poter ricordare nei più minimi dettagli l’avvenimento e, senza aggiungere ulteriori particolari a sostegno della sua storia, richiedeva la massima attenzione alle sue parole, sostenendone l’assoluta veridicità. Ma Jessup, probabilmente considerando tutta la vicenda sempre più opera di un mitomane, non prese ancora sul serio il racconto di Allende.
La vicenda, fino ad allora rimasta un affare epistolare, "esplose" nella primavera del 1957 in seguito alla richiesta dell’ONR (The Office of Naval Research, un particolare ufficio della Marina americana con sede a Washington e specificatamente rivolto alla ricerca scientifica) di voler conferire con il dottor Jessup, il quale, contattato personalmente dal capitano Sidney Sherby e dal comandante George Hoover, venne messo a conoscenza dell’esistenza di una particolare copia della sua opera che si riteneva necessario visionasse personalmente. Il libro che gli fu chiesto di esaminare dall’ONR era, in un certo senso, "singolare": consunto e pieno di annotazioni vergate con tre diversi colori (probabilmente realizzate da tre diverse persone), numerose sottolineature, domande e aggiunte continue a precedenti annotazioni.
Una cosa colpì subito l’attenzione di Jessup: specifici riferimenti ad un esperimento fatto su di una nave nel 1943 scritto con lo stile e la stessa "animosità" delle due lettere ricevute da Carlos Miguel Allende. L’ONR decise in seguito di far pubblicare in edizione limitata quella specifica copia del libro di Jessup, corredata da tutte le annotazioni presenti, affinché le persone della Marina maggiormente interessate alla questione ne prendessero visione (questa serie di pubblicazioni fu conosciuta come "Edizione Varo", dal nome della società che materialmente si occupò della stampa del volume), ma da allora in poi la vita di Morris K. Jessup non fu più la stessa:
Jessup, col tempo, iniziò a sospettare che il governo americano volesse ritentare l’esperimento (forse gli venne anche chieAllendesto di partecipare attivamente allo stesso) basandosi proprio sulla grande massa di annotazioni scritte sul libro (ad esempio si facevano specifici riferimenti alla teoria dei campi unificati di Einstein e ad alcune teorie scientifiche di Tesla e, soprattutto, veniva spiegato come un esperimento di invisibilità fosse possibile sfruttando la stessa tecnologia alla base dei sistemi di propulsione degli UFO, mettendo in pratica le stesse procedure attuate nel 1943 per quello che iniziava ad essere identificato come "Esperimento Philadelphia") e, soprattutto, confidandosi con gli amici, iniziò a parlare di "strane coincidenze" che gli facevano temere per la sua stessa incolumità.
Dalla fine del 1957 al 1959, quando il cadavere di Jessup venne rinvenuto, non si hanno notizie certe sulla vita e sugli spostamenti dell’autore di "The expanding case of the UFO". È probabile che abbia condotto ricerche in proprio sull’Esperimento Philadelphia, forse scoprendo notizie che non avrebbe dovuto mai conoscere, ma il tutto rimane nel campo della semplice supposizione. Come già accennato, Jessup fu trovato morto nel 1959 all’interno della sua macchina, ufficialmente a causa di emissioni di ossido di carbonio.
Jessup Il decesso fu archiviato come semplice caso di suicidio, forse originato da insolvibili problemi coniugali, ma questa teoria non convinse mai del tutto la cerchia dei suoi amici più cari. Seppur studiosi e ricercatori si appassionarono alla vicenda, dopo la morte di Jessup, la storia della nave materializzata (nave per altro non ancora individuata con certezza) fu relegata ad una dimensione quasi favolistica e solo ai margini degli ambienti scientifici si continuò a parlare "con serietà" del racconto di Allende e delle sue implicazioni, mentre il più assoluto riservo sull’argomento era mantenuto dalla Marina degli Stati Uniti.
Una svolta alla vicenda avvenne nel corso degli anni Ottanta, quando comparve un secondo testimone oculare dell’Esperimento Philadelphia. Al Bielek, questo il suo nome, si presentò al pubblico come il responsabile dell’elettronica a bordo della nave smaterializzata, da lui indicata come la USS Eldrige, e raccontò una storia ancora più incredibile di quella raccontata anni prima da Allende: non solo si era trattato di un esperimento di tele-trasporto e smaterializzazione ma anche di un vero e proprio esperimento di viaggio nel tempo! Bielek, esponendo la sua storia (sostenne inoltre, diversamente da Allende, che lo stesso si fosse svolto in due fasi, 23 luglio e 12 agosto 1943, e non nell’ottobre del 1943), disse di essere stato "fatto arrivare" nel 1983 e che sarebbe poi stato "fatto tornare" nel 1943 affinché il suo ritorno concluda definitivamente l’esperimento. Sostenne anche di aver subito il lavaggio del cervello ai fini della missione e di aver ricordato ogni cosa solo dopo aver visto un film intitolato... "The Philadelphia Experiment"!
Secondo Bielek, inoltre, la Marina avrebbe condotto esperimenti segreti di questo tipo per tutti gli anni Settanta e avrebbe continuato anche agli inizi degli anni Ottanta. Difficile credere che un’esperimento come quello descritto di Allende abbia in realtà avuto luogo. Volendo escludere a priori il fatto che si tratti di una burla architettata per non meglio precisati fini, chi ha studiato la vicenda concorda però sul fatto che Allende abbia per lo meno travisato, non senza colpe, la realtà. Durante la seconda guerra mondiale la Marina britannica prima e quella americana poi effettuarono, allo scopo di difendere i propri convogli dagli attacchi degli U-boat tedeschi, esperimenti di smagnetizzazione degli scafi e sui campi magnetici volti ad impedire che le mine ed i siluri nemici esplodessero contro le proprie navi.
Probabilmente l’aver assistito, direttamente o indirettamente, a questi episodi deve averlo in qualche modo indotto a credere che fossero in realtà qualcosa d’altro, esperimenti di smaterializzazione o di tele-trasporto ad esempio. Ma gli interrogativi che gettano ombre sulla veridicità della vicenda sono anche altri: le testimonianze citate da Allende e Bielek sono sempre indirette, "nebulose" e contraddittorie; non esistono documenti scritti coevi che possano avvalorare l’esistenza dell’Esperimento Philadelphia e anche le copie dell’edizione Varo, fedeli riproduzioni del fantomatico libro presentato a Jessup dall’ONR, sembrano sparite nel nulla; la stessa identificazione della nave è frutto di sole supposizioni (ad esempio i marinai imbarcati sulla USS Eldrige affermarono con certezza, anche a distanza di anni, di non aver mai preso parte ad un esperimento come quello descritto da Allende).
I più accaniti sostenitori della difesa della veridicità di tutta la vicenda avanzano l’ipotesi che si sia in realtà trattato di un normale esperimento di smagnetizzazione contro le mine, ma che, per motivi non chiari e probabilmente non voluti, sia poi degenerato a tal punto da causare la totale smaterializzazione, anche se limitata nel tempo, della nave e del suo equipaggio, aprendo così le porte ad un campo di applicazioni e di ricerca del tutto inaspettato e potenzialmente illimitato, seppur pericoloso. A sostenere la loro tesi citano spesso un caso emblematico dell’affannosa ricerca e sperimentazione "segreta perpetrata" dagli Stati Uniti nel corso della seconda guerra mondiale: l’esperimento Manhattan.
Impossibile comunque pronunciarsi chiaramente sulla questione. Sono troppi i dubbi e le anomalie che circondano la vicenda e che ne impediscono una corretta conoscenza. Oggi si è portati a credere che l’Esperimento Philadelphia sia solo il frutto di una fervida immaginazione, capace di arricchire e "romanzare" una realtà di per sé abbastanza semplice e nota, ma non sono pochi coloro che sottolineano come questo tipo di atteggiamento scettico sia stato già messo in discussione in passato. Per restare in tema... si dubitava anche fossero esistiti esperimenti volti alla creazione della bomba atomica!

Fonte: daltramontoallalba.it

lunedì 29 giugno 2009

La macchina del tempo esiste ed è in Vaticano

La notizia ha del sensazionale: in Vaticano verrebbe tenuta gelosamente nascosta una macchina capace di vedere il passato, attraverso una sorta di televisore. Uno strumento scientifico portentoso e fantastico, che potrebbe divenire pericoloso per l'intera umanità: il "cronovisore”, così si chiama la scoperta, captando gli eventi del passato, li farebbe vedere come si sono realmente svolti, svelando anche rischiosi segreti. La macchina sarebbe stata inventata da un ricercatore italiano, padre Pellegrino Alfredo Maria Ernetti, monaco benedettino, conosciutissimo esorcista, musicologo di fama internazionale e scienziato, vissuto a Venezia, nel convento benedettino dell'isola di San Giorgio Maggiore, dove è morto otto anni fa, nel 1994.
A rivelare la scoperta è un libro "bomba" appena pubblicato in Francia, a Parigi, dalle Edizioni Albin Michel: "Le noveau mystère du Vatican" (Il nuovo mistero del Vaticano") del teologo francese padre Francois Brune. Brune è un personaggio assai noto in Francia: professore di teologia, ha pubblicato libri di notevole impegno, accolti sempre con grande interesse anche dalla stampa laica. Il suo nome, come quello della casa editrice, sono una garanzia di serietà scientifica e per questo il volume che ha dedicato al cronovisore ha riaperto congetture e discussioni infuocate, diventando una miscela esplosiva.
Della sconvolgente apparecchiatura aveva già parlato intorno agli anni '70 lo stesso padre Ernetti in numerose interviste e pubblicazioni, e ai suoi allievi di prepolifonia al Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia. La scoperta aveva suscitato un putiferio. Da una parte c'erano infatti sostenitori entusiasti: se era possibile rivedere il passato, la macchina avrebbe sciolto definitivamente tutti i dubbi restanti su eventi fondamentali che avevano cambiato la storia del mondo.
Dall'altra c'erano le persone spaventate: il cronovisore poteva rivelarsi uno strumento pericoloso per carpire segreti e mettere a rischio la sicurezza dell'umanità.
Le discussioni non finivano mai ed erano soprattutto gli uomini di Chiesa i più coinvolti.
Poi improvvisamente il benedettino si trincerò in un rigoroso silenzio, spiegando che aveva ricevuto ordini in proposito dal Vaticano, l'interesse andò lentamente scemando e dopo qualche anno della “macchina del tempo" non si parlò più.
Il libro di padre Brune rivela fatti inediti, retroscena incredibili, dettagli sconcertanti, indica nomi di personalità al di sopra di ogni sospetto, di scienziati famosi, indica date, circostanze precise, riporta documenti straordinari, lunghe conversazioni con padre Ernetti e il tutto, cucito insieme, diventa una valanga documentale cui è difficile fare opposizione.
Il volume dimostra con dovizia di prove che il cronovisore è realmente esistito, anche se l’argomento è, a detta dello stesso autore, ai limiti della fantascienza.
Negli anni '60 un gruppo di scienziati, tra cui padre Pellegrino, sarebbe riuscito a captare le onde visive e sonore del passato concreto ter­restre, con una macchina che sa­rebbe in grado di ricostruire non solo i fatti e i detti della vita di cia­scuno, ma addi­rittura la storia.
La scoperta parte da un principio di alta fisica: ciascuno dì noi, a mano a mano che passano i secondi, nelle ore, nei giorni, nei mesi e negli anni della vita presente, lascia dietro di sé come una doppia scia, "visiva e sonora", poiché ogni uomo altro non è che energia visiva e sonora. «Tutta la nostra ''fisionomia" -spiega Ernetti nel saggio "Bibbia, teologia; magia e scienza" del 1987- è energia visiva che si sprigiona da noi, dalla nostra epidermide, e tutte le parole che noi diciamo sono energia sonora. Ora, ogni energia, una volta emessa, non si distrugge più semmai si trasforma, però resta eterna nello spazio aereo. Occorrono strumenti che captino queste energie e le ricostruiscano in maniera tale da ridarci la persona o l'evento storico ricercato: quindi noi avremo tutto il presente nel tempo e nello spazio». Con il cronovisore, racconta Brune, il gruppo di scienziati guidato dal monaco benedettino fece ricerche dapprima su Mussolini, poi su Napoleone, quindi passò ad avvenimenti dell'età romana e assistette alla rappresentazione di alcune famose tragedie. Di una di queste, scritta da Quinto Ennio, che si intitolava "Thiestes" della quale si conosceva solo qualche breve citazione, trascrisse l'intero testo come venne recitato a Roma nel 169 a.C., durante i giochi pubblici in onore di Apollo. Padre Ernetti raccontò a padre Brune di aver visto anche tutto lo svolgimento della Passione, della morte e della Resurrezione di Cristo.
Nel suo libro Brune afferma che la macchina, composta da tre gruppi di elementi, si trova “sequestrata" in Vaticano. Padre Ernetti, spaventato dall'importanza incredibile della sua scoperta, si era confidato con i propri superiori e con le autorità vaticane C'era stata una riunione segreta con il papa e poi, di comune accordo, la macchina era stata ritirata e nascosta in Vaticano. A padre Ernetti era stato imposto di non fare più pubbliche dichiarazioni su quell'argomento, ma non gli era stato proibito di parlarne con gli amici in privato. E così aveva confidato tutto all'amico teologo francese.
Chi scrive ha conosciuto personalmente padre Ernetti, era un sacerdote dotato di grande carisma e umanità. Una persona semplice e onesta, tutta dedita ai sudi studi sulla prepolifonia, sulla pneumofonia e all’attività di esorcista della diocesi di Venezia, carica che ha ricoperto per quasi trent'anni. Non mi ha mai parlato della macchina del tempo. Del resto oggi nessuno ne sa più niente e tutta la vicenda ha assunto un aspetto davvero misterioso. Forse il volume di Brune porterà finalmente alla luce la realtà.

di Daniela Ghio - Il Gazzettino del 3 agosto 2002